La sessione separata (o caucus) non solo come prassi metodologica ma anche come responsabilità.

Nell'ultimo numero della rivista "La Mediazione", ANNO VII - N. 22, trovate un mio contributo in ambito di Mediazione Familiare. Vi riporto un estratto dell'articolo che vuole essere una provocazione per gli addetti ai lavori... ma anche una riflessione per chi vuole saperne di più sulla mediazione familiare.

 

 

La questione su quali confini attribuire alla responsabilità del mediatore nell’ambito del suo operato è ampiamente dibattuta.

 

Riflettendo individualmente, discutendo fra colleghi ma interrogandoci anche in qualità di membri della Comunità, ci si chiede dove debba interrompersi l’ambito di azione del mediatore.

Sotto diversi punti di vista, peraltro: ad esempio, in tema di trasversalità di discipline; su quanto carico emotivo sia utile e giusto “sopportare per supportare” le parti; su cosa possano e debbano aspettarsi le stesse parti dal mediatore; su come mantenersi entro i confini deontologici in determinate situazioni….

Si pone questo tema all’interno dello spazio di riflessione qui dedicato ai caucus, non a caso.

 

Si può ritenere che la sessione separata non possa essere considerata solo come prassi metodologica. Si può immaginare che essa debba essere vista anche come uno step procedurale utile per il mediatore che voglia controllare che, sul tavolo della mediazione, non concorrano situazioni che possano alterare i presupposti di equilibrio[1] fra le parti.

Questo elemento è infatti riconducibile ad una presa in carico responsabile del mediatore stesso.

 

Il ruolo del mediatore non può essere solo quello di facilitatore, talvolta deve fornire sostegno alla parte più debole, se esiste, fornendo degli strumenti di supporto ed affidando la persona ad una rete che possa proteggerla.

 

Parlo dei casi di violenza in famiglia. Violenza non solo fisica ma anche psicologica ed economica. Parlo di quelle situazioni in cui uno dei componenti della coppia in fase di separazione vive una situazione non solo di conflittualità con il partner ma anche uno stato di difficoltà dovuto ad un potere esercitato dal partner stesso al fine del controllo e demolizione sistematica della propria persona.

Ciò che, infatti, differenzia il conflitto dalla violenza è il degenerare di una situazione fisiologica (conflitto) in patologica e disfunzionale.

 

I confini sono labili, il mediatore non ha la funzione di psichiatra o psicoterapeuta ma è sua precisa responsabilità, si può pensare, rendersi competente almeno per riconoscere i segnali di un abuso (anche inconsapevole, per la vittima) ed a quel punto interessare la rete di sostegno che si sarà creato con la sua professione (con il consenso della “vittima”): centri antiviolenza, psicoterapeuti/psichiatri, legali, assistenti sociali.

Il caucus, quindi, è la migliore occasione per intercettare e vagliare queste situazioni.

 

Va ricordato che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (nota come Convenzione di Istanbul), all’art. 48 prevede l’adozione delle necessarie misure legislative, o di altro tipo, per

«vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione».

 

Alcuni mediatori, non abbracciando la prassi delle sessioni separate, ritengono di poter captare la presenza delle dinamiche suddette solo da comportamenti precisi che assume la vittima in sessione congiunta. Non si smentiscono queste capacità ma si ritiene sia necessaria una esperienza professionale frutto di un numerosissimo bagaglio personale di mediazioni.

 

Dunque ci si deve domandare cosa potrebbe succedere, se il mediatore non intercettasse lo squilibrio all’interno della coppia.

 

Molto probabilmente non si risolverà alcun conflitto ma si aiuterà a trovare un accordo che sia realmente volto solo dalla parte più forte. Si lascerà la vittima in balia della volontà del (della) partner. Si perpetreranno le dinamiche disfunzionali anche a scapito dei figli.

 

La mediazione avrà fallito anche in presenza di un accordo. Il fallimento non sarà del solo mediatore singolo ma anche del sistema che lo appoggia.

 

Chiediamoci quale fiducia potrà nutrire una donna (donna perché statisticamente le vittime di ogni genere di violenza, all’interno delle coppia, sono numericamente maggiori nel sesso femminile) che non è stata riconosciuta come vittima dal sistema di risoluzione stragiudiziale e giudiziale delle liti, nei confronti delle istituzioni stesse.

 

Chiediamoci se il messaggio che porterà ai suoi figli (qualora anche lei non sia cosciente del suo status di vittima) sarà quello della normalità di un rapporto quanto meno disfunzionale.

 

[1] Viene meno la condizione di equilibrio fra le parti caratterizzata da reciprocità, rispetto e non discriminazione ove si identifichi all’ interno della coppia una vittima di “violenza domestica” intesa come destinataria di “atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’ interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”, cfr. art. 3, Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

 

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