Bullismo e cyberbullismo: la sospensione del giudizio e il dovere del dubbio.

Vogliamo azzardare l’ipotesi che ciò di cui soffrono i nostri ragazzi siano la mancanza di risorse, non tanto economiche, quanto più personali che investiamo verso di loro (tempo, energie, valori, curiosità, stimoli, cure, determinazione nell'esigere che le regole vengano rispettate -chiediamoci anche se diamo il buon esempio perché è questo che poi seguono i figli-.... fiducia e speranza)? Guardiamoci attorno: da quale fonte attingiamo acqua per irrorare le nostre piante? Forse solo quella più vicina perché sentiamo di avere poche forze per spingerci un po' più in là....

Un esercizio di elasticità : la sospensione del giudizio ed il dovere del dubbio.

La notizia.

Forse molti di voi avranno letto ed appreso la seguente notizia Ansa-Corriere del 25 Luglio 2019 “Escono dal tribunale dei minori di Torino, dopo tre anni di lavori socialmente utili per aver infarcito di escrementi il panino di un compagno, e festeggiano in un video insultando le forze dell’ordine. La bravata non è passata inosservata e sui social si è scatenata la polemica tra chi sostiene che i ragazzi non abbiano imparato nulla e chi li difende definendo il loro comportamento una ragazzata. Ora il video verrà acquisito dai carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti del caso sull’episodio.” si tratta di un fatto avvenuto nella provincia di Torino.

La reazione.

Qual è la vostra prima reazione nel leggere quello che vi ho riportato? Per quanto mi riguarda, in tutta onestà, concedendomi di spogliarmi per un momento del mio abito da mediatrice, la mia prima immediata reazione istintiva è stata la rabbia (dovuta forse ad una certa intolleranza alla prepotenza), a seguire è affiorata la preoccupazione che non solo i miei figli ma anche quelli di altri potessero essere le vittime dei fatti per cui questi giovani sono stati condannati a svolgere i lavori socialmente utili.

Subito dopo è venuto il dubbio, un dubbio non solo lecito -oserei dire- ma anche necessario e legato a due interrogativi:

1) in futuro, non potrebbero magari essere propri i miei figli fautori di episodi simili di violenza?

2) i rimedi offerti dal sistema giustizia sono efficaci? (una alternativa possibile: il modello di Giustizia Riparativa)

Un esercizio utile, forse.

Ed allora propongo un esercizio: quello di sospendere il giudizio (non perché non sia dato di formare un pensiero critico ma semplicemente per concederci un momento di riflessione, e non tanto nei panni del terzo non giudicante ma semplicemente del senziente che si legittima il tempo di porsi interrogativi e svolgere considerazioni …. magari utili).

Quindi, seppur possano essere fisiologiche le prime reazioni emotive succitate -di fronte ad un accadimento che può indurre sdegno- poi però queste stesse emozioni le dobbiamo riconoscere, capire e gestire perché diventino funzionali: ogni avvenimento è, infatti, specifico ed è il frutto di una situazione particolare.

Facciamo dunque un passo, faticoso, ulteriore, di distacco per vedere con una visuale più allargata il fenomeno del bullismo (e del cyber-bullismo). Non mi dilungo a spiegare in cosa consista poiché vi è dottrina -fruibile a tutti- che lo spiega sicuramente meglio di me. Possiamo pensare sia un fenomeno sicuramente non nuovo ed anzi, antichissimo direi. Ma perché porta dietro ora reazioni così estreme? Non esiste una risposta semplice (e guai se ve ne fosse data una sbrigativamente) ed univoca.

Quello che però è il nostro compito da adulti è prima di tutto il dovere di coltivare il dubbio… il dubbio relativamente a che cosa sia realmente accaduto nella vicenda descritta, chiederci quali ne possano essere le cause.

È giusto e vero, poi, pensare che quelle cause inneschino automaticamente determinate conseguenze? Possiamo supporre o ritenere veramente che questi giovani incarneranno nuovamente elementi di pericolo? Se lo crediamo, non tracciamo il solco proprio perché ripercorrano e ripetano gli stessi errori?

Noi adulti siamo responsabili dell’educazione delle nuove generazioni ma è pur vero che non siamo onnipotenti e che i nostri figli prima o poi seguiranno il loro percorso… ma stiamo facendo tutto il possibile per metterli nelle condizioni di avere un’infanzia, una giovinezza ed un’adolescenza serena? Gli strumenti che offriamo loro (sempre che vengano offerti e sempre che non ci si sostituisca a loro nell’affrontare le difficoltà) sono quelli giusti?

Si parla della povertà come la causa di tutto, soprattutto in questi ultimi anni di lacerante crisi economica. Vogliamo azzardare l’ipotesi che ciò di cui soffrono i nostri ragazzi siano la mancanza di risorse, non tanto economiche, quanto più personali che investiamo verso di loro (tempo, energie, valori, curiosità, stimoli, cure, determinazione nell’esigere che le regole vengano rispettate -chiediamoci anche se diamo il buon esempio perché è questo che poi seguono i figli-…. fiducia e speranza)? Guardiamoci attorno: da quale fonte attingiamo acqua per irrorare le nostre piante? Forse solo quella più vicina perché sentiamo di avere poche forze per spingerci un po’ più in là….

C’è anche da dire che le nostre piante non crescono solo con l’acqua del nostro annafiatoio, soprattutto dopo una certa età…

Possiamo fare qualcosa?

Tante parole… ma la soluzione? Non esiste una ricetta ma Filomena Albani, Garante Nazionale per l’Infanzia e per l’Adolescenza, offre una riflessione che reputo interessante. Ritiene necessario “Affrontare l’emergenza educativa e introdurre la mediazione come materia scolastica obbligatoria”. “Numerosi segnali” – ha spiegato – “denunciano l’emergere di una serie di criticità nell’esercizio del ruolo educativo dei genitori”. Di fronte ad “adolescenti sempre più soli, bambini che chiedono di essere ascoltati e di giocare, utilizzo non consapevole dei social media, adulti sempre più distratti o assenti è necessario avviare un percorso che valorizzi l’ascolto, la partecipazione e la costruzione dell’autonomia dei ragazzi. Riteniamo che la mediazione sia veramente l’arte per gestire la conflittualità, per sviluppare la cultura del rispetto nei confronti dell’altro, per eliminare alla radice ogni forma di aggressività. Per combattere e prevenire il bullismo e il cyberbullismo, ho proposto che venga introdotta la mediazione come materia scolastica obbligatoria. L’ora di mediazione e di ascolto nelle scuole come strumento per impedire in radice ogni forma di violenza”.

Aggiungerei: a scuola ci insegnano che se qualcuno ci fa un torto o siamo in conflitti con un compagno è necessario rivolgersi alla maestra, come terzo giudicante, per risolvere il conflitto. Questo terzo, in età adulta, può diventare un giudice di un tribunale. Consideriamo che nell’infanzia e nella prima giovinezza le risorse personali non si sono ancora ampiamente sviluppate e non si è in grado gestire il conflitto con degli strumenti utili che si portano già nel proprio bagaglio personale di competenze. Da adulti, ma anche da adolescenti, potrebbe essere sano che questo venga richiesto (se si è preparato il terreno negli anni precedenti). Dunque, il terzo dovrebbe diventare semplicemente colui che ci aiuta ad attivare e valorizzare queste risorse correttamente e non colui che risolve il problema per noi. Questo non vuol dire sminuire l’importanza di chiedere aiuto quando si è in difficoltà (ne’ tanto meno, spero sia chiaro, non offrire una protezione a chi ne ha bisogno o giustificare comportamenti che inducono in soggezione). Il significato vuole essere la valorizzazione, al contrario, del paradigma responsabilizzazione del reo-riconoscimento della vittima.

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